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La morte dell'umanità: "Twilight" (Crepuscolo) di John W. Campbell

Scritto da Paolo Casarini on . Postato in Racconti


"Twilight" ("Crepuscolo" o "Sette milioni di anni") di John W. Campbell è un racconto di circa 18 pagine che io sono riuscito a leggere grazie alla sua presenza nella raccolta "The Science Fiction Hall of Fame - Volume One", un'antologia in inglese delle migliori storie di fantascienza secondo l'associazione americana degli scrittori di sci-fi.

La trama è molto semplice (così come dovrebbe essere quella di un racconto): un uomo racconta dell'incontro con uno strano uomo differente da quelli del tempo, il quale sostiene di essere venuto dal futuro, precisamente da sette milioni di anni dopo. Egli, però, non era un abitante di quel mondo futuro; proveniente da pochi secoli dopo, lo sconosciuto aveva viaggiato nel futuro, e durante il viaggio di ritorno aveva sbagliato qualche calcolo giungendo nell'epoca del personaggio iniziale.
Lo scritto di Campbell è, in pratica, il racconto di quest'uomo del futuro. Com'è cambiata l'umanità in sette milioni di anni? Penso sia necessario leggere il racconto per poter davvero apprezzare ciò che l'autore vuole mostrarci; chiunque voglia leggere il racconto indipendentemente dal mio commento, non vada oltre.


Quando lo straniero comincia a descrivere gli abitanti del futuro (sette milioni di anni dopo), egli utilizza un passaggio notevole per intensità:

"They stand out, little misshapen men with huge heads. But their heads contain only brains. They had machines that could think - but somebody turned them off a long time ago, and no one knew how to start them again. That was the trouble with them. They had wonderful brains. Far better than yours or mine. But it must have been million of years ago when thery were turned off, too, and they just haven't thought since then. Kindy little people. That was all they knew."

John W. Campbell[Traduzione personale approssimativa] "Essi risaltavano, piccoli uomini deformi con grandi teste. Ma le loro teste contenevano solo cervelli. Essi possedevano macchine che potevano pensare - ma qualcuno le aveva spente molto tempo prima, e nessuno sapeva come farle partire di nuovo. Questo era il loro grosso problema. Essi avevano cervelli meravigliosi. Ben migliori dei vostri o del mio. Ma dovevano essere passati milioni di anni da quando erano stati spenti, ed essi non avevano pensato da allora. Crescere i piccoli. Questo era tutto quello che sapevano."

Nello scenario descritto da Campbell, nel futuro l'intera città è sotto il dominio delle macchine (anche il visitatore, infatti, viene accolto e trasportato da veicoli automatici). La "morte dell'umanità" descritta in questo racconto è una sorta di fine per atarassia, ovvero disinteresse più totale da parte dell'uomo. L'ascesa dei robot aveva portato l'uomo a limitarsi a osservare le macchine da lui prodotte e quindi presto a dimenticare i linguaggi, i suoni e i codici che venivano utilizzati nel passato; la popolazione del futuro è inerme, separata dal passato, isolata da ogni altra forma di vita animale, servita da un'infinita varietà di macchine che si riparano a vicenda e, di conseguenza, immortali.

La critica di Campbell sembra proprio dirigersi verso le macchine piuttosto che all'uomo, o forse più direttamente al lettore moderno come monito all'allontanarsi dall'adorazione della tecnologia degli uomini del futuro. A differenza di altri autori, come Asimov, che nella robotica vedono un mistero positivo al quale avvicinarci, Campbell descrive il loro lato da "automi", costrutti che non sono in grado di svilupparsi e agire come  esseri umani. Una visione semplicistica che però viene scritta nel 1934, ben prima della rivoluzione informatica.
Questo pensiero traspare particolarmente in due passaggi:

"The men knew how to die, and be dead, but the machines didn't."

"Gli uomini sapevano come morire, e rimanere morti, ma le macchine no."

Frase su cui il racconto "L'uomo bicentenario" di Asimov può far riflettere.

La seccessiva si riferisce al fatto che le trasmissioni delle radio e delle televisioni sono ormai incomprensibili da parte degli umani, mentre le macchine continuano a riprodurle.

"The machines should have forgotten that song. Their master had, long before."

"Le macchine avrebbero dovuto dimenticare quella canzone. I loro padroni lo avevano fatto, molto tempo prima."

Anche l'utilizzo della parola "master" (padrone) può essere significativo.

Ma il finale è più che sorprendente, da questo punto di vista. L'autore propone la possibilità di una macchina pensante "curiosa", rilanciando la possibilità che le macchine possano salvare l'uomo. O, meglio, che è nelle macchine che l'uomo possa salvarsi. Nella parte finale, che sconsiglio di leggere a chi non abbiamo letto il racconto, vi è scritto:

"I ordered it [the machine] to make a machine which would have what man had lost. A curious machine."

"Le ordinai [alla macchina] di creare una macchina che possedesse ciò che l'uomo aveva perso. Una macchina curiosa."

Il futuro descritto da Campbell non è certo positivo, ma è speranzoso, come se alla fine di ogni cosa fossero le macchine a poterci salvare. Tema molto caro alle storie di fantascienza, le quali spesso descrivono intelligenze artificiali. Un futuro possibile anche, che non prevede le innovazioni di oggi ma che certo getta una nuova luce sulla rivoluzione dei computer: un'arma a doppio taglio che, secondo l'autore, comporterebbe sia la nostra fine che la nostra rinascita.